L'importante è che la morte ci colga vivi (Marcello Marchesi)

"L'importante è che la morte ci colga vivi" (Marcello Marchesi)

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sabato 15 giugno 2013

MALEDETTI SENESI

Anche venerdì la perfomance del gruppo bancario ha segnato un progresso del titolo del 4,68% (dopo i 5 punti del giovedì), sulla spinta delle notizie relative alle modifiche della governance dell’istituto di credito. Non stiamo parlando del Monte dei Paschi di Siena, ma della Banca Popolare di Milano. Il titolo di Rocca Salimbeni, al contrario, dopo una fiammata delle nove del mattino si è appiattito sull’andamento del comparto nelle contrattazioni, per chiudere in rosso: -1,04% a euro 0,2086. Ovvero l’annuncio dell’assemblea straordinaria che toglierà le limitazioni di voto non eccita nessuno; la contendibilità dell’istituto, proclamata in nome del libero mercato per adesso non invita neanche gli speculatori all’azione. Forse sanno qualcosa, gli operatori finanziari, che i senesi ignorano, bombardati dai messaggi della disinformazione organizzata? Altrimenti perché non gettarsi sul ghiotto boccone come sembra vogliano fare con la BP Milano?

Le autorità di controllo italiane dei mercati hanno permesso per tanti anni che una Deputazione inadeguata disponesse in maniera non legale della Fondazione MPS e ora lasciano tranquillamente che parlino del desiderio dell’Europa che anche Palazzo Sansedoni si adegui alle normative per ottenere la conferma degli aiuti di Stato ottenuti: i Monti bond.  Ma dopo attente ricerche non siamo riusciti a trovare e produrre le prove materiali di questo diktat europeo. L’unico documento pubblico esistente, che non si può tenere segreto perché è una legge dello Stato, è quello in cui governo e Parlamento offrono la ciambella di salvataggio alla banca. Ma senza condizioni per la governance dell’istituto. Per il resto bisogna credere sulla parola a Mancini e Profumo.

Forse non è eccessivo parlare di disinformazione, la costante di tutta l’opera che da luglio 2012 preserva la cittadinanza dal prendere coscienza del significato del nuovo statuto della Fondazione, delle modifiche di quello di MPS, dei desiderata di Bruxelles. Cose che possiamo condensare con una semplice considerazione: quando l’opera risanatrice del Tandem riporterà i conti di MPS in attivo e in salute, i sacrifici saranno stati pagati dagli incolpevoli dipendenti, dagli incolpevoli piccoli azionisti, dagli incolpevoli beneficiari di strade nuove, scuole e palazzi restaurati, associazioni sportive e tutti gli altri beneficiari delle elargizioni di Palazzo Sansedoni. Mentre i nuovi utili andranno nelle tasche di chi, con un tozzo di pane e la benevolenza salvifica dello Stato, si sta per comprare e portare via la banca da Siena, grazie al prezioso e attento “combinato disposto” di Mancini e Profumo. A cominciare dalle banche d’affari che hanno consigliato e prestato soldi, rimborsati profumatamente.

Chissà se anche i beneficiati locali da 18 anni di regime fondazionista possano avere un sussulto di orgoglio e consapevolezza, ora che la festa (ATTENZIONE!) non è finita, ma si sta spostando altrove. Perché è cattivo agli occhi dei manovratori della banca sia chi gli è stato sempre contro sia chi ha dato loro sempre ragione. Semplicemente perché sono senesi.

martedì 4 giugno 2013

UNIPOL: BERLUSKAZZ, L'AVREI FATTO ANCH'IO!

Naturalmente il titolo è una provocazione: io non lo avrei fatto.

Ascoltare e poi diffondere l'intercettazione in cui Fassino dice "Abbiamo una banca" così poi riportata dei servi dell'informazione del regime pubblicitario con i risultati elettorali poi avvenuti!

Ma pensiamoci bene, visto il rapporto reato - effetto - pena

chi non lo avrebbe fatto per appena 1 anno di carcere con la prescrizione?

Tra il reato, i benefici che si è procurati il reo e le conseguenze legali del suo crimine non c'è alcun rapporto di logica, tremendamente sbilanciata in favore del commettere il reato.

forse è per questo che gli investitori esteri si tengono lontani dall'Italia, non la cosiddetta "burocrazia statale", ma l'invertezza del legale del business, specie quelli in cui il berluskazz è coinvolto.

http://www.corriere.it/cronache/13_giugno_04/unipol-giudici-decisivo-ruolo-di-berlusconi_795bcff6-cd08-11e2-9f50-c0f256ee2bf8.shtml

lunedì 3 giugno 2013

AXA ASSURANCES GODE, SIENA PARECCHIO MENO

L’Amministratore Delegato di Axa, Henri De Castries, ha confermato ad Affari e Finanza, inserto economico de La Repubblica, due cose: che il Monte è una gran bella banca e che in matematica due più due fa quattro. “Come azionisti della banca abbiamo subito come tutti gli altri una riduzione del valore dei titoli" tuttavia  "L'investimento in Axa Mps sta invece dando buoni frutti: il management si è comportato estremamente bene anche durante la tempesta finanziaria". Cioè per fare bene i propri affari basta stare seduti dal lato giusto del tavolo, la parte dove si decide. Barattando con sagacia la distruzione di valore perpetuata dai vertici e dall’Area Finanza in cambio del monopolio della banca assicurazione: alla fine fra perdite e guadagni il conto torna: due più due appunto. Mica si arrabbia per le reiterate malefatte scoperte monsieur De Castries. Se per appoggiare Mussari il consigliere De Courtois (rappresentante di Axa in Rocca Salimbeni) abbia commesso reati non lo sappiamo e caso mai è un problema giudiziario che in Procura hanno dovuto valutare; rimane però il problema morale di un pessimo comportamento davanti a una città devastata dalla fine ingloriosa della banca che fu. Non sono mica migliori i signori di Axa di quelli che hanno avuto un mutuo senza garanzie, una casa regalata, una carriera senza meritocrazia, una percentuale sugli affari finanziari, affari immobiliari di dubbio successo per la banca ma non per i vari “re del mattone” che si sono avvicinati a MPS.
"Abbiamo fiducia nel nuovo management guidato da Alessandro Profumo e Fabrizio Viola e li supportiamo. Stanno facendo le cose giuste per vincere la sfida del risanamento": questa è la conclusione del manager transalpino, che per inciso ha la liquidità necessaria per investire il famoso miliardo che cerca Alessandro Profumo. Va così bene alla grande compagnia francese che all’assemblea di approvazione del bilancio del 29 aprile il consigliere De Courtois non si è presentato. Mancavano anche i consiglieri Turchi, Campaini, Briamonte, Demartini: qualche assenza eccellente, forse per evitare domande e rilievi imbarazzanti da parte degli altri soci. Ma gli affari non si fanno in assemblea: eventuali rapporti con Poste Italiane, di cui si è parlato (comprese le ovvie smentite degli interessati) per un accordo commerciale che potrebbe essere preludio per una nuova società compartecipata sotto l’attenta regìa di Cassa Depositi e Prestiti, aprirebbe nuovi canali di vendita dei prodotti assicurativi (14.000 uffici postali) proprio a scapito delle filiali della banca, che sempre meno si occupano di fare la banca tradizionale, per cui una ulteriore contrazione di personale sembra facilmente prevedibile.
Chissà che previsioni si leggeranno nella relazione che accompagnerà il Piano industriale sul numero dei dipendenti nel medio periodo, tanto quanto possa servire a mettere in piedi questa realtà con Poste Italiane. Già Viola gode dello spread intorno a 260, che automaticamente migliora i conti della banca, anche se il titolo in borsa si mantiene in leggera ascesa intorno a 24 centesimi. La data del 17 giugno si avvicina e l’appuntamento di Bruxelles riguarda tutto il sistema di potere che gravita intorno a Rocca Salimbeni. Ma è bene che si sappia che i processi decisionali e i verbali delle decisioni della Bce non sono pubblici e tutta l’informazione che ne avremo sarà parziale e centellinata da un ente che non è stato eletto dai cittadini europei e non risponde loro, né più né meno della Fondazione MPS nei confronti dei cittadini senesi, ma che controlla il nostro presente e il nostro futuro. E’ più probabile però che le informazioni complete arrivino al board di Axa e a monsieur De Castries, che continuerà a decidere se e a quali condizioni  mantenere l’investimento in MPS. La Bce osserva il caso Monte dei Paschi di Siena con molto interesse: in fondo le due ispezioni rivendicate da Banca d’Italia nel comunicato stampa del 31 maggio le aveva firmate proprio lui. Peccato non avesse mezzi, dal 2008 a fine 2011, per fermare lo scempio.

venerdì 31 maggio 2013

BANCA D'ITALIA-MPS: SAPERE E TACERE NON PORTANO MAI DA NESSUNA PARTE

Questa mattina la Banca d’Italia ha pubblicato un documento in cui si ripercorrono le tappe della storia della banca Monte dei Paschi di Siena dal 2008 (acquisto di Antonveneta dal gruppo spagnolo Santander) ad oggi. Palazzo Koch rivendica che “l’azione di vigilanza negli ultimi anni è stata continua e di intensità crescente”. Visti i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, si deve desumere due cose: che gli interventi sono comunque stati tardivi e che la legislazione in materia è alquanto carente, se davvero in Banca d’Italia tutti possono affermare di aver svolto tempestivamente e correttamente il proprio ruolo. Segue alla dichiarazione di principio salvifica una ricostruzione cronologica degli avvenimenti. Dapprima si conferma che l’impegno per l’istituto di credito senese è di 18,5 miliardi (9 di acquisto + 9,5 di restituzione ad Amro di linee di credito concesse ad Antonveneta) e che Mussari e Vigni abbiano ottemperato alle prescrizioni richieste. Ma non è così, scrive Palazzo Koch e a maggio 2008 si avvia “un’approfondita analisi dello schema contrattuale dell’operazione FRESH”. Ciò presuppone che il perfezionamento dell’acquisto, essendo subordinato agli esiti della verifica, si debba intendere sospeso. Invece il 30 maggio MPS dichiara di aver chiuso con Santander l’esecuzione del contratto. Mentre l’analisi arriva a fine ottobre, quando i suoi effetti sarebbero già completamente nulli: chi riporterebbe indietro i soldi volati a Londra e in Spagna? E’ ovvio che Banca d’Italia, anche in assenza delle carte che verranno scoperte più recentemente, può solo dire di si, anzi salomonicamente “ne prende atto” che non vuol dire si ma è solo un timido tentativo di sgravio di responsabilità.    
Dalla seconda metà del 2009 per la Vigilanza è chiaro che i problemi di liquidità del Monte sono enormi e in crescita continua e convoca ripetutamente i vertici della Rocca all’inizio del 2010. “La situazione della banca viene giudicata di scarsa chiarezza e potenzialmente critica” ma evidentemente non ci sono i poteri per allontanare gli scadenti amministratori e nemmeno per comunicarlo ai soci della banca, dediti a santificare il buon governo con la Fondazione a distribuire a pioggia (clientelismo localistico?) gli utili prodotti dal depauperamento del capitale sociale. Quando saranno accessibili le carte, si chiariranno eventuali connivenze e omissioni della Deputazione o la sua totale ignoranza della situazione, benché i campanelli d’allarme in città e nella continua perdita di valore del titolo in Borsa suggerivano. Ma Banca d’Italia è lenta: solo nell’agosto capisce l’origine dei problemi: “l’irrigidimento degli investimenti in titoli pubblici, il cui valore risulta assai cospicuo (circa 25 mld). In particolare la condizione di liquidità, caratterizzata da elevata volatilità dei saldi, risente soprattutto di due operazioni di repo strutturati su titoli di Stato effettuate rispettivamente con Deutsche Bank e Nomura per un valore nominale complessivo di circa 5 miliardi di euro, con profili di rischio non adeguatamente controllati e valutati dalla struttura di MPS né compiutamente riferiti all’Organo Amministrativo”. Si riporta il passaggio preciso del documento, perché sembra di capire che nell’agosto 2010 la banca d’Italia abbia scoperto al reale portata di Alexandria e Santorini e non quando sono stati ritrovate, due anni dopo, le carte nella cassaforte “dimenticata” di Vigni.
In effetti Palazzo Koch si prende un anno di tempo per verificare meglio Santorini: “Fermo restando che la Banca d’Italia non ha poteri in materia di valutazioni di bilancio, in considerazione della complessità dell’operazione e dei possibili spazi interpretativi concessi dalle regole contabili IAS, la Banca d’Italia decide nel novembre del 2011 di sottoporre la questione a specifici approfondimenti contabili in collaborazione con le altre Autorità di settore anche al fine di predisporre una nota di chiarimenti all’intero sistema bancario”. Solo però averne parlato nel 2010 poteva servire a cambiare e salvare il salvabile, invece di dare opportunità al vertice della Rocca di continuare nell’opera di imboscamento e di ideazione di spericolate manovre (come l’aumento di capitale del luglio 2011 che la stessa Banca d’Italia ha approvato!) per tentare di nascondere la situazione a tutti. Quell’aumento di capitale che ha condannato a morte la Fondazione.
E’ proprio la Vigilanza a chiedere l’aumento di capitale “che sia elevato per tenere conto dell’esposizione al rischio sovrano e dell’esigenza di rafforzare la tenuta della banca in occasione degli esercizi di stress test da condurre a livello europeo” e che stima in 3,2 miliardi di euro, di cui due materialmente versati dai soci. Che erano o no al corrente di quanto faceva e disfaceva la Direzione Generale? “MPS dichiara che i repo strutturati in titoli di Stato trovano ratio economica nel sostegno alle strategie di carry trade e nell’intenzione di assumere profili di rischio-rendimento mitigati nell’ambito della complessiva posizione della banca. Per tali ragioni e in considerazione del rispetto dei limiti operativi in essere, le stesse non erano state sottoposte all’organo amministrativo, ma approvate in sede di Comitato Finanza e dal Direttore Generale”: dopo questa dichiarazione fatta alla Vigilanza, che significa semplicemente che operazioni della grandezza finanziaria superiore alla capitalizzazione della banca stessa possono essere sottratte alla conoscenza, verifica e approvazione degli Amministratori, per la Banca d’Italia è normale che i soci tirino fuori i soldi della ricapitalizzazione senza essere veramente a conoscenza del perché: è solo carenza di legislazione, questa?
A settembre 2011 la posizione della banca e del DG Antonio Vigni è sempre più indifendibile anche per gli organi di controllo. Cause sono il peggioramento delle condizioni di mercato e l’aggravio dei costi generati dal sempre più massiccio acquisto di titoli di Stato italiani. I Tremonti bond, la scusa presentata da Mussari per giustificare l’aumento di capitale, non vengono restituiti e, inspiegabilmente, di essi nel documento odierno non se ne fa neanche cenno. La Banca d’Italia oggi viene dipinta così da se stessa come un moloch dai piedi d’argilla che vede il castello della finanza senese crollare dalle fondamenta nel periodo 2008-2012 senza alcuna capacità di intervento sanatorio, strutturale, perfino informativo perché al di là di poche voci, tra cui la nostra orgogliosa, tutto è rigorosamente segreto in barba al fatto che MPS è una società quotata in borsa. Può solo e in gran segreto organizzare “operazioni di prestito titoli: a fronte della costituzione di idonee garanzie, sono prestati titoli altamente liquidi, utilizzati da MPS per finanziarsi sul mercato mediante operazioni di repurchase agreement”. Solo il 15 novembre 2011 viene ufficialmente chiesta al CdA “una rapida, netta discontinuità nella conduzione aziendale”.
Tutto il resto è storia conosciuta, dall’arrivo di Fabrizio Viola e quello successivo di Alessandro Profumo, delle prescrizioni faticosamente soddisfatte per l’Eba, della promozione carrieristica di Giuseppe Mussari. Il cerchio si chiude il 10 ottobre 2012 con il ritrovamento del contratto originario con Nomura data 31 luglio 2009. E Santorini esce fuori, come Nota Italia: ma siamo già nel 2013 e un guardiano che chiude la stalla dopo la fuga dei buoi non serve più a nessuno. Come funziona la Banca d’Italia? Come si possa permettere che il controllo pubblico di un bene fondamentale e di così grande incidenza sulla vita dei cittadini di una Nazione possa essere acriticamente essere messo nelle mani di una associazione privata, che tale è Palazzo Koch, i cui soci sono le stesse banche che dovrebbe controllare, è un mistero della politica contemporanea, che così succede anche in altri stati. Tra i soci c’è naturalmente anche il Monte dei Paschi di Siena …
http://www.bancaditalia.it/media/chiarimenti/Interventi_MPS_maggio_2013.pdf

venerdì 24 maggio 2013

IL FRESH, TRAPPOLA DELLA FINANZA MEDIATICA

Se ne erano accorti, a Piacenza, che dai Fresh del Monte dei Paschi stavano arrivando solo perdite fin da un anno fa. Il Corriere della Sera, nello scorso 31 gennaio, aveva raccontato che la Fondazione Cassa Piacenza e Vigevano aveva acquistato quel titolo ibrido che era tassello fondamentale della strategia di Mussari e Vigni per mettere insieme i soldi necessari all’acquisto di Antonveneta. Il Consiglio Generale della Fondazione subito dopo aveva dato alla stampa un comunicato chiarificatore: “La Fondazione di Piacenza e Vigevano non ha mai acquistato “il titolo Fresh” e quindi, non ha effettuato alcun esborso di denaro, a differenza di quanto riporta il Corriere della Sera del 31.01.2013. Nell’aprile 2008, Prometeia, consulente finanziario di numerose Fondazioni bancarie, consigliò alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, l’acquisto futuro (attraverso la stipula di un contratto Swap) del titolo “Fresh”, specificando con parere scritto, che tale investimento aveva un “buon rendimento” e, un basso profilo di rischio, ed era “coerente” con il portafoglio della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Alla luce di tali valutazioni fu sottoscritto il relativo contratto di Swap con J.P. Morgan, in forza delle condizioni che erano state prospettate. Peraltro, nello scorso anno e, quindi ben prima dei fatti giudiziari riportati dalla stampa in queste settimane, la Fondazione di Piacenza e Vigevano, resasi conto che le caratteristiche dello strumento finanziario e, del titolo “Fresh” ad esso collegato, erano differenti da quanto prospettato, comportando rischi superiori a quanto era stato indicato, avviò un’azione giudiziaria civile contro J.P. Morgan e Prometeia, contestando l’operazione stessa. Si ribadisce infine, che tale operazione è stata “sempre ampliamente illustrata in tutti i bilanci d’esercizio».“
Si deve desumere che Prometeia e JP Morgan abbiano avuto buon gioco a piazzare presso fondazioni e investitori privati il 51% del Fresh visto che la Fondazione senese aveva sottoscritto swap (derivati) per il restante 49%. la Fondazione Cariparo (Cassa di risparmio di Padova e Rovigo), uno dei più importanti azionisti di Intesa Sanpaolo (4,2%) ha comprato titoli Fresh per 30 milioni e ora si trova una minusvalenza di 20 nel bilancio approvato ad aprile 2013. “L'investimento - afferma la Cariparo, interpellata dal Corriere della Sera - è stato consigliato alla Fondazione nell'aprile 2008 da Prometeia, a quel tempo consulente della Fondazione sull'asset allocation”. La Fondazione Cassa di Gorizia ha portato in Friuli una tranche da 3 milioni che adesso ne vale uno; il presidente Franco Obizzi la prende con filosofia: “Era un investimento interessante”. Fondazione Cassa di Livorno (7,6 milioni di obbligazioni convertibili), Pistoia (10 milioni) ma anche Fondazione del Monte a Bologna (3 milioni in Fresh). Poi Navale Assicurazioni del gruppo Unipol (10 milioni). Piccole tranche in alcuni fondi di investimento dei gruppi Anima, Nextam Partners, Banca Finnat (New Millenium Sicav) e Banca Arner (Areion Fund). Ci sono rimasti un po’ dentro anche i notai con la loro ricchissima cassa e molte coop, secondo quanto si sente dire, e a Firenze mugugnano perfino i lavoratori  sull’operato di Turiddo Campaini, recentemente sanzionato da Banca d’Italia.
Ma tutti questi investitori ci avevano messo poco in questa operazione. E’ il grosso, quella Fondazione MPS che aveva sottoscritto per 490 milioni di euro, che si dovrebbe muovere. Quali carte hanno firmato Mancini e Parlangeli a Prometeia e JP Morgan? Perché non contestano come la Piacenza e Vigevano la inesistente trasparenza dell’operazione Fresh che in facciata era un aumento di capitale riservato alla banca d’affari americana? Una storia poco chiara, tanto che l’iter alla Banca d’Italia fu lunghissimo e l’autorizzazione arrivò solo a settembre 2008, quando il closing dell’acquisto di Antonveneta si era chiuso il 30 maggio precedente. E se palazzo Koch a posteriori non avesse approvato? Sarebbero tornati indietro i soldi partiti con i famosi bonifici a Santander? Si era certi che sarebbe stato tutto approvato, evidentemente. E’ probabile che la politica possa aver consigliato alla burocrazia romana di non andare troppo per il sottile. Mancini avrebbe oggi l’opportunità, invece di svendere le ultime azioni del Monte che gli restano in portafoglio, di richiedere indietro a JP Morgan il maltolto di 490 milioni come sta facendo la fondazione lombardo-emiliana. Facile, troppo facile: la paura forse è che innescare il meccanismo di contestazione di un  affare che col senno di poi assomiglia più a una truffa potrebbe finire per travolgere definitivamente chi quel contratto l’aveva firmato in nome di Siena.

giovedì 23 maggio 2013

MPS FINANZIA LE FONDAZIONI CHE NE DIRIGONO I PASSI?

“Banca viveva della politica, oggi ne è lontana” (13/12/2012). “Siamo una banca, non dipendiamo dalla politica” (25/01/2013). Sono due delle tante dichiarazioni di Alessandro Profumo per confermare che con la sua nomina politica, realizzante, si dice, la volontà dell’ex sindaco di Siena Ceccuzzi attraverso lo strumento della Fondazione MPS, l’istituto di credito senese avesse imboccato una strada nuova. Ma la strada che ha condotto in Toscana l’ex Ad di Unicredit passa attraverso il fenomeno trasversale politico degli ultimi dieci anni, le fondazioni, che hanno sostituito le correnti nei partiti e non hanno nemmeno il fastidio di dover cercare tessere, e confrontarsi con gli elettori. Oltre alla disinvoltura con cui possono imbarcare trasversalmente esponenti di tutti i partiti. Adesso che con qualche scandalo sono emerse storie di tangenti mascherate, attività di lobbying illegali, come denunciato sui quotidiani e dalla trasmissione Report, dobbiamo prendere coscienza che attraverso questi strumenti, autorizzati da una legge che fa acqua da tutte le parti, si condiziona e si decide il futuro dell’Italia. La fondazione VeDrò fondata da Enrico Letta e Angelino Alfano esprime in questo governo casualmente bipartisan oltre ai due, presidente e vicepresidente del Consiglio, diversi ministri: Maurizio Lupi, Andrea Orlando, Nunzia De Girolamo, Josefa Idem, la canoista ministro, evidentemente, non per meriti sportivi. Oltre alla “simpatizzante” Beatrice Lorenzin, fanno parte del network di VeDrò nomi prestigiosi comei Pier Luigi Sacco, impegnato con Siena Capitale della cultura europea 2019, e l’unico senese del gruppo, l’allenatore della Nazionale di basket Simone Pianigiani.
La banca Monte dei Paschi, alle prese con i tagli paurosi ai posti di lavoro, agli stipendi del personale e alle sponsorizzazioni sportive partecipa nel finanziare questi cosiddetti pensatoi della politica? Profumo, espressione della politica, ne è veramente lontano? Da aprile 2012, da quando è diventato presidente, risulta che Rocca Salimbeni ha acquistato spazi pubblicitari su una rivista mensile con 1000 abbonati praticamente sconosciuta (ma che mette insieme quasi 600.000,00 euro di introiti pubblicitari) che fa capo alla fondazione Italianieuropei di cui è presidente Massimo D’Alema. Certamente meno e spesi meglio i quattrini dati alla Festa provinciale del Pd in Fortezza, almeno in quanto a visibilità! E non è che in città il nome dell’ex segretario nazionale della Fgci nel 1975 sia molto popolare di questi tempi. Se poi Profumo abbia indirizzato a questa “fondazione di cultura politica” altri soldi in donazione, non è dato saperlo, non è spesa da dettagliare nel bilancio della Rocca, in primis. E perché i furbi politici italiani, fatta la legge hanno fatto anche l’inganno: hanno concesso alle loro fondazioni di poter non pubblicare i nomi dei benefattori . Fondazioni come slot machines protette da una attenta privacy «in quanto dai finanziamenti si potrebbe desumere l'orientamento di chi ha elargito il contributo»: così ebbe a scrivere proprio Massimo D'Alema, quando il suo procacciatore Vincenzo Morichini fu coinvolto in un'inchiesta.   
Alessandro Profumo è socio ordinario di Italiadecide, altro think tank in cui siede in ottima compagnia: oltre a singole persone (Giuliano Amato, Gianni Letta, Giulio Tremonti, Franco Bassanini i più rilevanti per la storia senese)possono essere soci imprese come Autostrade per l’Italia Spa (che non si vede mai rifiutato un aumento dei pedaggi dal governo di turno), Enel, Eni, Ferrovie dello Stato, Unicredit, Intesa San Paolo. Partono da Siena donazioni verso questa fondazione? Con queste aderenze amicali si capisce come possa succedere che con una situazione finanziaria simile istituti bancari europei come Dexia o Bankia vengano nazionalizzati, mentre per MPS si inventano “nuovi strumenti finanziari”. Chissà se all’estero stanno studiando l’ultima furbata italiana. Ma lì hanno una piaga sociale che si chiama trasparenza, quella vera. Intrecci complessi e quasi perversi di cui Profumo, se veramente vuole che la politica rimanga fuori dalla banca, deve dare informazione e spiegazione. Tra l’altro Amato e Bassanini sono anche i fondatori di Astrid, un pensatoio da cui proviene il componente del CdA di MPS Tania Groppi e di cui abbiamo già scritto per l’influenza che hanno avuto questi signori nell’imporre alla città la leadership del loro “protetto” Giuseppe Mussari.

domenica 19 maggio 2013

"COLPO DI STATO" A SIENA

Le fortissime critiche piombate addosso alla Fondazione MPS hanno costretto presidente e provveditore a diramare un comunicato, tradendo così il tradizionale silenzio che ne ha ispirato le mosse per tutti questi anni. Silenzio da essi definito “riserbo”, ma che ha lasciato concretamente la città nell’ignoranza dei fatti e nella capacità critica di capire cosa ci veniva nascosto. E il comunicato dimostra fino in fondo la perversa coerenza di Gabriello Mancini, per quanto possa non piacere a molti. All’art 7 paragrafo 2 dello statuto (vecchio, il nuovo si saprà dopo l’approvazione del Ministero dell’Economia) si afferma che i deputati non rispondono agli enti nominanti del loro operato. E della sua autonomia la Deputazione è stata così gelosa da subire di tutto e di più, fino allo sfogo clamoroso di Mancini che diceva all’Hotel degli Ulivi di “aver ubbidito agli ordini”! E l’ubbidienza nonostante l’autonomia e la paura di poter non essere rinnovato l’anno seguente è stata caratteristica di questi amministratori così sagacemente messi dal sindaco Cenni, dal presidente della provincia Ceccherini e via dicendo, che tutti i nominati hanno un nominante che oggi non risponde delle azioni e delle scelte fatte. Altro che responsabilità! La Deputazione fece sapere di aver appreso dell’acquisto di Antonveneta “a cose fatte”: era novembre 2007 e la vendita si realizzò compiutamente il 30 maggio 2008. Contestare nell’interesse della città e bloccare una operazione irrealizzabile per le capacità del Monte dei Paschi era possibile ma nulla fecero. Nel luglio 2011 l’operazione aumento di capitale, nonostante fosse stata negata per mesi al punto di minacciare querele a destra e manca, si fece per non far cadere dalle poltrone Mussari e Vigni, non nell’interesse della città. Anche qui si dice che i consigliori del presidente (le varie banche d’affari Rothschild e Credit Suisse) “misero per iscritto le loro perplessità sull'entità e sulle modalità tecniche dell'operazione”. Queste carte però Mancini le tiene riservate (o nascoste, dipende dai punti di vista) forse, quando arriveranno i nuovi amministratori, rimarranno solo ipotesi giornalistiche passate nel tritacarte. Nell’interesse della città questo secondo aumento non si doveva proprio fare, si doveva mantenere le partecipazioni in Mediobanca, Cassa Depositi e Prestiti e F2i, che soddisfazioni ai loro soci ne hanno date nonostante sia crisi economica per tutti.
Perfino la gestazione del nuovo statuto avviene per l’impossibilità di Mancini di non ubbidire agli ordini, stavolta dell’Acri e di una sentenza della Corte Costituzionale intenzionalmente ignorata per dieci anni. Non hanno pensato in Palazzo Sansedoni all’interesse della città, altrimenti lo avrebbero scritto nel comunicato: rileggetelo e noterete che “l’interesse della città” nel comunicato di venerdì 17 non viene mai nominato. Né alla adeguatezza di questa Deputazione che ha certificato, nell’ultimo bilancio, di aver dilapidato con le proprie scelte infelici (che non si possono mai scaricare ad ordini superiori se nessuno ha la potestà di dare ordini alla Deputazione della Fondazione MPS) un patrimonio plurimiliardario. Riguardo alla presunzione di legittimità, pare che ci sia un fascicolo aperto in Procura: certo da quando si è capito che la querela porta la Magistratura a verificare se il querelante abbia o non commesso quello che gli viene attribuito, l’arma per zittire le critiche si è trasformata in un boomerang. Certamente, andando in scadenza il 5 maggio 2013 (quando Mancini è statutariamente obbligato a far indicare agli enti preposti i nominativi dei nuovi deputati designati), la Fondazione non poteva firmare l’impegno con l’Acri di modificare lo statuto entro il 30 giugno 2013, periodo in cui non aveva più i pieni poteri sul futuro. Mosse strumentali della Deputazione che ne affermano inadeguatezza gestionale e subalternità alla politica che vorrebbero fuori dalla porta. E infatti per rimediare all’ennesimo errore, Mancini ha dovuto chiedere al Ministero dell’Economia “in via eccezionale una disposizione transitoria” che, guarda caso, farebbe slittare l’inefficacia degli atti di questi signori di un mese.
Omertà carbonara. Nel comunicato si afferma che, per la gestazione del nuovo statuto, “incontri si sono poi svolti con i capigruppo della Provincia di Siena, con le categorie economiche presso la Camera di Commercio, con le organizzazioni sindacali, con la Consulta Provinciale del Volontariato, con i sindaci dei Comuni della nostra provincia, con il Magistrato delle Contrade”. Niente nomi di chi abbia partecipato agli incontri, nessuna pubblicità degli incontri stessi, nessun comunicato dei risultati di detti incontri, nessun incontrato che abbia dichiarato nulla in proposito. La Fondazione (la cosa più pubblica di Siena) è stata trattata come una società privata alla ricerca di nuovi amministratori, altro che senesità e interesse della città. In questo senso le critiche che abbiamo rivolto alla Fondazione già da un anno si sono confermate al 100%, e Palazzo Sansedoni ci conforta affermando che il nuovo statuto sarà disponibile alla pubblica lettura dopo l’autorizzazione del ministero dell’Economia, cioè quando non sarà più possibile alcuna contestazione e alcuna modifica. D’altra parte la giustificazione che la bozza sia stata disponibile è una burla grossolana, dato che in essa i passaggi qualificanti e determinanti sono stati omessi. Il fatto che il principale socio della Fondazione non potesse partecipare alla consultazione poi. È una ulteriore dichiarazione che è stato, in termini grillini, proprio “un colpo di stato”. Dal luglio 2012, quando si dice sia iniziato il processo di revisione statutaria, in Fondazione sapevano che il commissariamento del Comune impediva il processo democratico di scelta per mancanza del principale interlocutore. Oggi quali sono i risultati concreti delle scelte politiche di Mancini & C.?
Non c’è certezza ancora delle decisioni su chi nominerà i deputati. Pare che il Comune invece di otto ne nominerà quattro, e la nomina andrà agli equilibri politici interni al Consiglio Comunale: oltre il rischio di una maggiore lottizzazione il ruolo del nuovo sindaco verrà ridimensionato totalmente. Due deputati (invece che cinque) alla Provincia, ma stavolta li nominerà sempre un esponente del Pd, il presidente Bezzini. Camera di Commercio,  Consulta Provinciale del Volontariato e Sindacati sono enti controllati fortemente dalla politica, ma non sono soggetti alla volontà popolare che si manifesta con le elezioni amministrative. Per non parlare poi dei due posti riservati a enti esterni alla città di Siena che non si ha idea chi possano essere, di certo le lamentele che provengono da Grosseto indicano che le autonomie locali non sono state ascoltate. Risultato: il rischio che ci sia un travaso di potere da quello vecchio a uno nuovo formato dalle stesse persone e dagli stessi interessi è certezza. Infatti nel testo licenziato sembra che ci sia la rinuncia a obbligare la sede sociale e amministrativa della banca a Siena: davvero i padroni di banca MPS erano altrove da sempre, nascosti dietro il paravento della senesità.

martedì 7 maggio 2013

GIUSTIZIA: INCEPPARE LA MACCHINA DEL TRIBUNALE SENESE OGGI PER NON FARE I PROCESSI DOMANI

Il rischio che l’inchiesta Antonveneta si impantani e finisca in una bolla di sapone per volontà politica è più forte che mai. Dietro la facciata delle dichiarazioni di rito e delle schermaglie dei partiti esiste in Italia una volontà bipartisan di non arrivare mai al compimento della ricostruzione dei fatti, delle responsabilità e delle pene, e questo vale per tutti i grandi processi in cui è implicata la politica: in questo caso basta non fare nulla. Il capro espiatorio c’è, verrà processato quanto prima. Ma già il primo sassolino nell’ingranaggio della macchina giudiziaria è stato gettato: il giudice Francesco Bagnai a settembre andrà via da Siena. Non si sa se sarà sostituito, ma chi ne prenderà il posto dovrà avere il tempo di studiarsi le carte da capo: se non avesse tentato la fuga a Londra oggi anche Baldassarri sarebbe a casa sua, peccato che non abbia confidato nella legislazione giudiziaria italiana! I grandi inquisiti Mussari e Vigni non vanno dentro perché collaborano con la giustizia, ma quello che dicono rimarrà segreto e, dopo la probabile prescrizione, secretato, inconoscibile e inutilizzabile.
 Che la Procura di Siena, per la sua storia e la quantità del suo organico, non fosse adeguata a sostenere un terremoto politico-finanziario del valore di oltre 30 miliardi complessivi era ovvio fin da principio. Ingroia, specializzato in mafie e criminalità organizzata, ha buone ragioni per non voler andare ad Aosta, procura che nello specifico non ha mai avuto una storia di mafia da offrire. Eppure l’ex ministro “tecnico” Severino non ha ritenuto necessario rinforzare l’organico del Tribunale di Siena, almeno come hanno fatto i locali magistrati per le indagini, che hanno chiesto l’aiuto della Guardia di finanza di Roma, più numerosa e specializzata in reati finanziari di primo livello, affiancando la caserma di Via Curtatone. Così arriviamo alla querelle odierna, in cui un Gip, Ugo Bellini, si lascia così descrivere dal presidente del Tribunale Benini: “è ai limiti della sostenibilità e non v'è giorno in cui il collega chieda di essere sollevato da quelle funzioni. La demotivazione e il timore di non essere all'altezza del compito, quantitativamente e qualitativamente, sono evidenti". Timore di non essere all’altezza del compito che però non gli impedisce, criticatissimo, di respingere il decreto di sequestro preventivo per Nomura e per gli ex vertici del Monte.
Un ostacolo che rischia di compromettere l’intera impalcatura dell’indagine nel complesso filone dei derivati: non si tratta solo di due miliardi scarsi di euro che pure sarebbero linfa vitale per il Monte dei Paschi. Ma si va, con questo sequestro, ad intaccare la facoltà delle grandi strutture finanziarie mondiali di fare e disfare a piacere non ritenendosi sottoposta alle leggi degli stati nazionali, e di combinare affari illeciti fra sodali. Una questione complessa, ma è chiaro a tutti come navighino queste entità tra le pieghe delle legislazioni dei singoli paesi alla ricerca del profitto a tutti i costi. Immaginiamo a Roma le fortissime pressioni della lobby affaristica, se il Tribunale del Riesame dovesse ribaltare il giudizio di Bellini: la questione arriverebbe certo in Cassazione e si dovrebbe attendere una risposta che fatalmente arriverebbe alla fine di luglio. E così, grazie ai tempi tecnici dei tribunali,  se ne riparlerà dopo metà settembre. E sono troppi i politici romani legati a doppio filo alle varie banche d’affari internazionali per evitare l’accumulo di sassolini nella macchina della giustizia senese, gente da Bocconi, Morgan Stanley, Goldman Sachs e via dicendo. Quello che si può nascondere dietro all’investigazione di una piccola procura di provincia potrebbe causare conseguenze da fare tremare il mondo della finanza.

giovedì 2 maggio 2013

DEL GATTO E DELLA VOLPE, PROFUMO E MANCINI

”Sarete chiamati presto a deliberare sull'eliminazione del tetto statutario al diritto di voto” ha detto Alessandro Profumo agli azionisti nel corso dell’assemblea del 29 aprile: “ce lo ha chiesto la Banca d'Italia e ce lo chiede anche Bruxelles”.  Gabriello Mancini entrando in assemblea "prende atto" che la proposta fatta dall'amministratore delegato Fabrizio Viola (in una intervista a Il Sole 24 Ore tre giorni prima, ndr) sull'eliminazione del vincolo statutario del 4% del capitale per i soci della banca, esclusa la Fondazione, è "una opinione personale". Il tempo stringe: come più volte dichiarato entro metà maggio Viola dovrà presentare l’ennesimo piano industriale alla Bce che ha acconsentito all’emissione dei Nuovi Strumenti Finanziari per il salvataggio dell’istituto di credito senese. Non aver messo all’ordine del giorno insieme all’approvazione del bilancio anche l’abolizione del vincolo potrebbe essere una mossa infelice, se veramente la Bce ritenesse fondamentale questo passaggio societario, mettendo a repentaglio l’approvazione. Però non abbiamo trovato un documento ufficiale della banca Centrale Europea che faccia obbligo a MPS di provvedere in merito. La trasparenza per una società quotata in borsa richiederebbe l’accessibilità e la pubblicità degli atti; se Profumo ne fosse in possesso, potrebbe farcene avere una copia.
Al contrario, il parere scritto della Bce del 17 dicembre 2012 (CON/2012/109) non tratta assolutamente della composizione societaria della banca senese, non parla direttamente all’istituto di credito, ma invita il governo italiano (attraverso il Ministero dell’Economia, che aveva richiesto il parere) ad agire in merito agli obiettivi che l’emissione dei NSF dovrebbe permettere di raggiungere. Chi dirà il vero nel consueto gioco del gatto e della volpe tra Profumo e Mancini?
Sembra proprio che Profumo abbia solo in mente di spianare la strada al suo segretissimo socio da un miliardo di euro che arriverà nel 2014 o nel 2015 quando gli scogli più perigliosi saranno stati doppiati: “Stiamo lavorando perché la banca resti indipendente e basata a Siena: per questo, il rimborso dei Monti bond è la sfida più importante”. Un socio (indipendente da chi?) che ai valori attuali con un miliardo si prenderà il 51% delle azioni – più o meno – garantendo forse la sopravvivenza della Fondazione MPS la cui capitalizzazione è oramai interamente costituita dalle azioni della banca. Scontro apicale in arrivo tra Palazzo Sansedoni e Rocca Salimbeni? Eppure Profumo è stato nominato presidente del Monte su indicazione della Fondazione, dunque di Mancini: tutti ricordano le febbrili discussioni che portarono alla scelta del manager ex-Unicredit.
Fra i due in teoria ci dovrebbe essere maggiore comunanza di intenti. Ma l’avvicinarsi della competizione elettorale amministrativa potrebbe costringerli a tattiche contrastanti. Tra un presidente che vuole allontanare da sé la macchia della nomina politica nonostante la Fondazione sia un ente politico per eccellenza e un altro presidente organico al sistema degli ultimi 18 anni attento agli umori cittadini e alla ricostruzione dell’imene virgineo di un centrosinistra compromesso con la distruzione verticale della banca, i cittadini sono presi tra due fuochi. Schermaglie sull’assetto proprietario del Monte dei Paschi in questo momento sono vere armi di distrazione di massa dall’obbiettivo che si persegue a quattro mani da un anno a questa parte; ma la rivendicazione della senesità della banca è pur sempre un atout a cui nessun candidato alla poltrona di sindaco può rinunciare, tantomeno se del centrosinistra locale, laboratorio in piccolo dei problemi del Pd nazionale.

martedì 30 aprile 2013

UNICOOP FIRENZE: AFFARI FALLIMENTARI

Certo è che ai piani alti di Rocca Salimbeni non hanno molta fortuna nello scegliersi i nuovi amministratori. Senza clamore, però nel silenzio assordante di Unicoop Firenze che non riesce a regolare i suoi conti interni, Turiddo Campaini si era dimesso lo scorso gennaio dalla carica di Vicepresidente di MPS. La società che rappresenta sembra che debba sistemare nei suoi bilanci 400 milioni di euro di minusvalenze causate dall’investimento azionario nella banca senese oltre che da dubbie posizioni su investimenti a rischio fatti con i soldi raccolti dai soci. Domenica sera Report ha raccontato di una possibile mega-truffa legalizzata da un miliardo di euro fatta dalla Menarini di Firenze a danno del sistema sanitario con sovrafatturazioni sui principi attivi dei farmaci che l’azienda acquista all’estero. La fotocopia in salsa medica dei reati contestati a Mediatrade sull’acquisto di diritti televisivi e cinematografici. Lunedì con perfetto tempismo, in quanto la famiglia Aleotti proprietaria della casa farmaceutica è anche socia in MPS con il 4% delle azioni acquistate nella svendita del 2012 per 150 milioni, il manager della Menarini Pietro Giovanni Corsa, già consigliere di amministrazione, viene nominato da Alessandro Profumo vicepresidente dell’istituto di credito senese.
Senza clamore. Lavoratori-unicoop.blogspot.it ha ripreso un libro scritto da Campaini nel 2010 (Un'altra vita è possibile) in cui lo storico presidente scriveva: “Per quanto mi riguarda, sono del parere che la Borsa sia assolutamente incompatibile con la società cooperativa, sono due cose agli antipodi”. Ne è nata l’occasione per criticare il suo operato nel mondo dell’alta finanza: forse la prima voce che viene dal mondo della cooperazione in tal senso, e che riprende critiche che vi avevamo già raccontato. Dura l’analisi dei lavoratori: “Campaini dovrebbe aver avuto le idee più chiare e forse anche essere meglio consigliato. Non si va in borsa se siamo una Coop. Se ci si va si perde qualcosa di profondo della nostra natura mutualistica, dato che  Borsa è sinonimo di speculazione, si sta alle regole di un gioco che non hanno nulla a che fare con l'oggetto sociale della Coop. A questo punto la frittata è tale che Campaini si rifiuta di rispondere ai giornalisti, ai soci, ai dipendenti. A chiunque.
Il disastro è triplice: da una parte si immola una quantità enorme di risorse, dall'altra il sacrificio risulterà vano, mancando l'obiettivo strategico di vincolare la Banca al territorio, infine il ritorno d'immagine legato a Mps è tale da dover seriamente riflettere se Unicoop debba in qualche misura vincolare il proprio nome a quello dell'istituto senese. Le conclusioni. Campaini deve rispondere del disastro, anche perché con i suoi 40 anni di presidenza di Unicoop Firenze è un simbolo per tutto il mondo cooperativo, deve riconoscere gli errori e assumersi la sua parte di responsabilità con un atto forte e deciso. E' tempo che lasci che la sua creatura cammini con le sue gambe e affronti i marosi con altri capitani. Se farà questo gesto, e insieme a lui quelli della prima ora che lo circondano, lo rispetteremo e lo ricorderemo con stima e affetto”.
 

domenica 28 aprile 2013

ULTIME VESTIGIA DELLA FONDAZIONE MPS

Proprio due anni fa esatti, il 28 aprile 2011, la Fondazione MPS per bocca del suo presidente Mancini si avviava sulla strada dell’autodistruzione finanziaria: “La Deputazione Amministratrice della Fondazione Monte dei Paschi di Siena ha valutato positivamente nei giorni scorsi l’aumento di capitale annunciato da Banca Monte dei Paschi ed avviato l’iter per l’autorizzazione relativa da parte del Ministero dell’Economia. La Fondazione farà quindi la propria parte per sostenere la Banca, per garantirne la non scalabilità e continuare ad assicurare il suo legame con il territorio di riferimento”. Scelte che avrebbero provocato l’insostenibile indebitamento che ne conseguì e le cui conseguenze, oggi, sono la presa di coscienza dello stesso presidente che la Fondazione non potrà più perseguire alcun ruolo di riferimento nella banca in favore del territorio. Si discute, a Siena, se questa deputazione che ha completamente fallito nella propria mission societaria dell’ultimo quadriennio sia autorevole nel proporre le modifiche dello statuto di cui ha completato la messa a punto, curata da Angelo Benessia, avvocato torinese esperto di corporate governance ed ex presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo. Un uomo legato a doppio filo con Siena, benché quasi nessuno in città lo conosca: “è stato tra i consulenti dell’acquisizione di Antonveneta, operazione che si rivelò un autentico capestro per le casse di Rocca Salimbeni. Successivamente, da presidente della Compagnia, chiamò sotto la Mole in qualità di direttore di Intesa San Paolo Paolo Morelli, oggi tra i principali indagati per concorso in bancarotta”. Un nome, quello di Angelo Benessia, che ritorna più volte nelle cronache finanziarie della banca senese e nell’attenzione della magistratura. A fine gennaio, Il Giornale scriveva: “Lo studio Benassia - ci conferma lo stesso avvocato - è stato perquisito dalla Gdf nell'ambito dell'inchiesta su Antonveneta in quanto advisor, come altri studi legali che si sono occupati della vicenda. Abbiamo fornito il materiale che cercavano, siamo assolutamente sereni”.  
L’ultima e attuale deputazione nominata per Palazzo Sansedoni si insediò il 3 agosto 2009. Quindi secondo lo Statuto (articolo 12, comma 3)il prossimo 2 agosto saranno decaduti dall’incarico. Entro il 5 maggio Gabriello Mancini deve inviare agli enti nominanti la richiesta di provvedere alle nomine di competenza. Entro il 3 luglio 2013 dovranno pervenire i nominativi scelti, con tutti gli allegati richiesti. Questo è lo stato dei fatti. La Deputazione si riunisce il 30 aprile, a sole 24 ore dall’assemblea MPS, per deliberare il nuovo statuto, di cui ha fatto circolare una bozza e su cui ha chiesto pareri non vincolanti ad alcune associazioni e enti definiti nella richiesta stessa. Tra le varie proposte, ha fatto notizia la richiesta di rappresentatività arrivata da Grosseto e provincia formulata dal sindaco di Grosseto. Per l’approvazione del nuovo statuto, tuttavia rimangono tempi tecnici strettissimi, perciò teoricamente a rischio di non dare i risultati immediati che vorrebbe Mancini, e consegnare la rappresentatività della Fondazione al sindaco che uscirà vincitore della tornata elettorale amministrativa di fine maggio. Lo scoglio viene dalla necessaria approvazione del Ministero dell’Economia, come già successo per la modifica introdotta il 25 luglio 2012. Cesare Peruzzi, su Il Sole 24 Ore, aveva scritto nello scorso marzo di una “norma transitoria per consentire il cambio dello statuto prima che parta l' iter del rinnovo degli organi di governo della Fondazione Mps. Messo a punto d' intesa con il ministero dell' Economia, il dispositivo che introduce la norma transitoria è stato votato venerdì sera (1 marzo 2013, ndr) dalla deputazione generale dell' Ente senese presieduto da Gabriello Mancini e prevede, nel caso in cui sia approvata la riforma dello statuto, la possibilità di ridurre sensibilmente i tempi della procedura. In concreto, è sufficiente che il nuovo statuto ottenga il via libera entro maggio”. Dalla lettura della bozza di statuto che Palazzo Sansedoni ha fatto circolare in questo periodo, però, di questa norma transitoria non vi è traccia. Sarà la solita forzatura (poco) legale, di gran moda in questi tempi di confusione istituzionale? Certo con l’assistenza del ministro uscente, Vittorio Grilli, ottenere questa velocità istituzionale era cosa facile. Fabrizio Saccomanni, che per prendere possesso del dicastero di via XX settembre lascerà la poltrona di Direttore Generale della Banca d’Italia, anche se organico al sistema potrebbe non essere d’accordo benché la richiesta avvenga con i buoni uffici dell’Acri.

giovedì 25 aprile 2013

QUELLO CHE NON SA DEBORA SERRACCHIANI SUL SUO PARTITO

Le domande di Debora Serracchiani, neo governatore del Friuli Venezia Giulia, a Pierluigi Bersani sono state: “Perché si è scelto Marini? Perché è saltato Prodi? Perché no a Rodotà? Perché siamo al governissimo quando si era votato due volte di no?” La risposta-non-risposta del segretario dimissionario rende chiaramente lo stato dell’arte. Ovvero gran parte dei componenti del Pd non è a conoscenza dell’attività del partito a 360 gradi, e la gestione del potere materiale è concentrata in alcune persone che si auto-perpetuano ad ogni cambio di sigla. Purtroppo il 17 aprile c’era una scadenza che colpiva al cuore l’apparato politico economico del gruppo dirigente. Si doveva rinnovare nell’assemblea di approvazione del bilancio 2012 il vertice della Cassa Depositi e Prestiti . Franco Bassanini l’ha ben condotta in questi anni, come da risultati sciorinati ai soci e ai mercati. Per la capogruppo Cdp l'esercizio si chiude con un utile in crescita del 77%, a 2.853 milioni di euro. Lo scorso anno la Cdp ha iniettato nell'economia, sotto forma di finanziamenti e investimenti, risorse complessive per oltre 22 miliardi di euro, quasi l'1,5% del pil italiano. Si tratta del massimo livello mai toccato da Cdp Spa con una crescita del 35% rispetto ai 16,5 miliardi di euro impiegati nel 2011. La Cdp ha quindi quasi raggiunto con un anno di anticipo gli obiettivi del Piano triennale 2011-2013, che prevedevano l'immissione nell'economia di nuove risorse superiori complessivamente a 40 miliardi di euro. Previsione che, alla luce dei risultati 2012, è stata rivista a oltre 50 miliardi di euro in tre anni, più del 3% del PIL, a conferma del ruolo anticiclico di Cassa. Il risultato consente di distribuire dividendi per circa 1 miliardo di euro.
La nomina del nuovo presidente per il prossimo triennio è nelle mani dei due soci Ministero dell’Economia e Fondazioni bancarie: quindi un atto di natura squisitamente politica. Il governo Monti è dimissionario e non dovrebbe occuparsene, ma si è dovuta far cadere la possibilità di spostare l’assemblea dei soci in quanto attraverso l’approvazione del bilancio è legato lo sblocco dei debiti della pubblica amministrazione. Le trattative politiche sottotraccia possiamo facilmente immaginare quanto siano serrate: la fonte principale di potere e influenza in mano al Pd non deve essere perduta. Al punto di essere più importante di Marini, l’ottantenne ex-sindacalista che pare tra l’altro male in arnese, Prodi e Rodotà: gli ultimi due candidati solo per contrattare uno scambio rispettivamente con Berlusconi e Monti per le conseguenze per loro negative sulla formazione del nuovo governo.  Astrid, la fondazione di Bassanini, Amato e Berlinguer viene gratificata con la conferma del suo presidente alla guida di Cdp. Quanto sia centrale il ruolo di Cdp lo dimostra la presenza nel suo CdA di esponenti di massimo livello come Maria Cannata, dirigente del Tesoro definita “la zarina del debito pubblico italiano”. Garante di tutti gli accordi – che non si possono mettere per scritto, ovviamente – il presidente Napolitano. Ma tutto questo non si può spiegare ai giornali, al popolo dei partiti, al web. Tanto che i grandi elettori di sinistra si dividono, senza aver chiaro cosa stia succedendo. La serie di contraddizioni che ne emergono viene pagata, disciplinatamente, da Bersani e Bindi, che si dimettono di loro volontà: si recupereranno tra un po’ di tempo, niente di grave.
Ma davvero Cdp è così centrale nella mappa del potere politico-economico nazionale? Pensiamo solo che in scadenza, in questi giorni, c’erano anche i vertici di Finmeccanica e Ferrovie dello Stato. Ebbene, questi sono stati rinviati a giugno. Cdp, oltre alla liquidità imponente dovuta alla gestione del risparmio postale degli italiani, ha in mano partecipazioni strategiche come Eni, Terna, Snam, Sace, Simest e Fintecna. Per Siena, nell’ottica di una soluzione di proprietà stabile per la banca MPS in modo che rimanga referente alla politica come negli ultimi 17 anni, la galassia Cdp è diventata fondamentale. In fondo Franco Bassanini è riconosciuto unanimemente da tutti i commentatori “tra i padrini politici piddini dell’ex numero uno del Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari”.  Ognuno è libero di credere che Alessandro Profumo sia stato scelto dalla Fondazione e dal sindaco di Siena Ceccuzzi, anche se Mancini ha sempre vantato l’aver “ubbidito agli ordini”. Forse voleva raccontare questa storia Beppe Grillo quando ha detto: “E’ avvenuto uno scambio. Per salvare il culo a Berlusconi e a MPS”. Il Tandem ha ricevuto un incarico di traghettare al 2015 Rocca Salimbeni. Per comporre i tasselli che porteranno Cdp a inglobare MPS nella sua galassia si devono completare una serie di operazioni, la prima delle quali avverrà il 30 aprile. Per sostenere la battaglia, 4,1 miliardi di munizioni: i monti bond. Un castello politico finanziario che nessun speculatore al mondo può pensare di attaccare. E infatti nessuno ci prova nonostante la debolezza della governance.
Due sono gli scopi della revisione dello statuto della Fondazione MPS. Il primo eliminare l’influenza del prossimo sindaco di Siena, che arriverà a giugno, nelle vicende della banca. In quanto si prevede che possa essere un esponente dell’opposizione (di qualsiasi segno) oppure un piddino non allineato e non al corrente dei fatti, in gergo non cooptato. Il secondo eliminare il vincolo assembleare del 4% agli altri soci della banca in favore della posizione di potere di Palazzo Sansedoni. Così che nessuno a Siena possa creare i presupposti per bloccare o condizionare i movimenti futuri. Nel frattempo continuerà la cura dimagrante dei costi del personale e di gestione, sfruttando al meglio il riposizionamento dello spread in basso e la naturale diminuzione dei titoli di Stato in portafoglio, che piano piano andranno in scadenza. Sappiamo già – è un semplice calcolo matematico, niente palla di vetro - che alla fine del mandato di Profumo (2015, appunto) non ci sarà la capacità di restituire i finanziamenti allo Stato. Ovviamente la Bce chiederà di risolvere in ogni caso questa anomalia finanziaria che non ha eguali in tutto il mondo. E che probabilmente fa inorridire tutti i custodi delle teorie sul libero mercato. E a quel punto sarà abbastanza facile convincere l’opinione pubblica che la cosa più conveniente risulterà trasformare i monti bond in azioni ordinarie e darle in affidamento alla Cdp, braccio armato del Ministero dell’Economia. Chissà se Debora Serracchiani sa cosa si nasconde dietro una domanda senza risposta al segretario del Pd Bersani.

RAPPORTI COMPLESSI DI POTERE: CALTAGIRONE, MUSSARI E MPS

E alla fine Francesco Gaetano Caltagirone una sua verità sulla fuga improvvisa e inopinata da Siena nel gennaio 2012 l'ha dovuta raccontare. Almeno ai soci della sua Caltagirone Spa, e così la storia ha fatto il giro d'Italia in pochi minuti. Il Fatto Quotidiano riporta così il pensiero del costruttore: "mentre Mps è una banca unicamente italiana e l’Italia era entrata nel tunnel di questa crisi, Unicredit ha il 70% delle attività all’estero. Così abbiamo spostato l’investimento e privilegiato una banca che ha la maggior parte delle attività all’estero, che poi sono quelle che vanno meglio”. Una scelta tattica effettuata al volo: “Lo abbiamo deciso in quel momento”, conclude sottolineando che il tempo gli ha dato ragione dal momento che oggi “abbiamo sensibili plusvalenze” su Piazza Cordusio".

Nessun accenno del costruttore al fatto che fosse stato costretto, il 26 gennaio 2012, a dimettersi dal CdA di MPS a causa di una condanna in primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione nell'ambito del processo della fallita scalata di Unipol a Bnl nella quale era coinvolto l'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. Una storia strana, se non ambigua che ben descrive il disordine della giustizia italiana di oggi. Infatti a maggio 2012, nel processo alla Corte di appello di Milano, Fazio, Caltagirone e gli altri imputati (i famosi "furbetti del quartierino") vengono tutti assolti perchè IL FATTO NON SUSSISTE. Vengono condannati solo gli ex  vertici di Unipol, Consorte e Sacchetti. Il pg Vito D'Ambrosio ricorre in Cassazione perchè "Secondo la pubblica accusa di Piazza Cavour la sentenza d’appello che, ribaltando la decisione di primo grado, aveva accordato 11 assoluzioni dall’accusa di aggiotaggio “perché il fatto non sussiste” è una ”sentenza strabica perché racconta come si sono svolti i fatti e poi dice che manca la prova del patto parasociale”.

All'inizio di dicembre 2012 la Cassazione dispone che si faccia un nuovo processo presso la Corte d'Appello di Milano annullando l'assoluzione degli 11 imputati. Sentenza sacrosanta quanto inutile, perchè il nuovo processo non si farà. Infatti il 19 dicembre dello stesso anno i reati ascritti agli imputati finiscono in prescrizione, per cui tutti salvi e marameo alla giustizia. Poi si chiedono perchè gli investitori mondiali stanno alla larga dall'Italia ... basterebbe raddoppiare i tempi della prescrizione per rendere inutili tutti gli escamotage per rinviare l'esecuzione dei processi per anni lasciando troppa discrezionalità ai magistrati per tenere aperti fascicoli senza procedere a formalizzare i processi e agli avvocati per inventarsi impedimenti di ogni genere. Però certamente il giudice che secondo la Cassazione ha preso l'abbaglio dell'assoluzione, avrà fatto carriera.

Caltagirone, oggi, racconta che nel periodo settembre-dicembre 2011 ci furono forti tensioni all'interno del CdA senese. Insieme al rappresentante francese di Axa, De Courtois, aveva improvvisamente scoperto che nel portafoglio della banca c'erano troppi titoli di Sato italiani. Se avessero letto le cronache di alcuni giornali lo avrebbero saputo senza l'aria stupefatta che ne viene fuori. Dai verbali delle riunioni del board risulta che "Caltagirone e l’azionista francese Axa, rappresentato da Francois de Courtois, erano preoccupati per l’esposizione ai titoli di Stato italiani di Mps. “Quanti Btp abbiamo in portafoglio?”, chiedeva Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente e azionista con il 4%, al consiglio dell’8 settembre 2011. “La situazione non è ulteriormente sostenibile – dichiarava il costruttore nello stesso verbale – sia come rischiosità che come conseguenze di conto economico, si devono prendere opportuni provvedimenti per alleggerire queste posizioni”. Chissà se ha chiesto il perchè a Mussari e Vigni di una simile raccolta di titoli ... che ancora non si parla dei derivati Santorini e Alexandria.

Tra il 16 e il 22 dicembre 2011, avendo da qualche giorno in mano un rapporto interno che quantificava l'esposizione della banca in titoli di Stato italiani, Caltagirone vendeva un pacchetto da 35,7 milioni di azioni MPS per un controvalore di 8 milioni: banca di cui era ancora vicepresidente e di cui, secondo gli aggiornamenti Consob, deteneva il 3,923%. In particolare l'imprenditore romano aveva ceduto, fra il 16 e il 21 dicembre, 22,5 milioni di titoli attraverso la Caltagiorne Editore per oltre 5,8 milioni di euro; altri 13,2 milioni di azioni vendute attraverso la Soficos per piu' di 3,4 milioni. Altro che occasione Unicredit: la grande fuga era già cominciata. Caltagirone aveva annusato aria brutta e aveva deciso di mollare la baracca per tempo. Un pò ammaccato, dovendo contabilizzare 400 milioni di minusvalenze, all'incirca come la Unicoop firenze di Turiddo Campaini che a differenza non ha mollato nulla, se non la vicepresidenza nel board targato Profumo nel 2013. Ma davvero sono state contabilizzate solo minusvalenze? L'elenco degli affari immobiliari che il costruttore romano ha svolto sotto l'ombrello della banca senese è impressionante. Non è possibile conosere l'esposizione complessiva della banca con la galassia Caltagirone perchè le regole si sono fatte stringenti solo a partire dal 2008. Si tratta comunque di "un flusso di denaro che non ha trovato, evidentemente, grandi ostacoli nella procedura prevista dall’articolo 136 del Testo unico bancario (voto favorevole unanime del cda e dei sindaci per le operazioni sulle operazioni della banca che hanno come controparti amministratori)".

Con i soldi della senesità si finanziavano le imprese del costruttore più liquido del panorama nazionale. Più di 500 milioni di euro, secondo una stima fatta da linkiesta.it: "Nell’ottobre 2008 Mussari ha erogato mutui fondiari alla Immobiliare Caltagirone (la “ICal”), controllata dalla capofila (non quotata) Fgc spa, per 120 milioni di euro. Ical: altri 30 milioni nel febbraio 2010. Aprile 2009, la quotata Cementir Holding, invece, è destinataria di «nuove concessioni creditizie di 49,5 milioni», mentre alla fine dello stesso anno una controllata del gruppo senese, la Antonveneta Immobiliare decide di vendere «alcuni immobili di proprietà situati in Roma alla società Immo 2006 srl al prezzo complessivo di 37.580.000». La società in questione è «è parte correlata di Banca Mps in quanto il vice presidente Ing. Francesco Gaetano Caltagirone controlla indirettamente Immo 2006 srl». La vendita dei singoli immobili verrà poi effettuata nel corso del 2010 e del 2011, e sarà assistita dalla contestuale erogazione di mutui fondiari. A gennaio 2010 «in occasione della revisione ordinaria di posizioni appartenenti al Gruppo facente capo all’ing. Francesco Gaetano Caltagirone sono state deliberate proroghe a linee di credito ordinarie, di diversa forma tecnica, per complessivi 198 milioni di euro circa». Maggio 2010: il cda di Mps delibera un «incremento delle linee di credito ordinarie con utilizzo secondo varie forme tecniche per 175 milioni di euro a favore di Acea S.p.A», poi seguite da altri 15 milioni. La multiutility romana è ovviamente una partecipata da Caltagirone (allora al 13%, oggi al 15).

 Poi c'è Fabrica Immobiliare. In teoria, la società non ha un socio di controllo: Caltagirone, framite la Fincal, detiene il 49,9%, e così pure Mps, mentre la parte restante è di Alessandro Caltagirone, figlio dell’ingegnere romano. Grazie a questo assetto proprietario, nessuno è tenuto a consolidare la sgr sui propri bilanci. proroga di linee di credito ordinarie per rilascio di fideiussioni finanziarie per 4,64 milioni alle nuove concessioni creditizie per 19,241 a favore di Fabrica Immobiliare e di fondi dalla stessa gestiti (aprile 2009). Due mesi dopo, è la volta di del Fondo Forma Urbis: mutuo da 14 milioni. Altri due mesi, e ancora il cda di Mps delibera una «nuova concessione di linee di credito utilizzabili in varie forme tecniche per 39,4 milioni a favore di Fabrica Immobiliare e dei fondi Pitagora, Etrusca Distribuzione e Socrate. Tutti gestiti da Fabrica Immobiliare. L’annata, però, è buona: così tre mesi dopo, a novembre, arriva una«concessione a favore del fondo Socrate, gestito da di Fabrica Immobiliare, di affidamenti a carattere ordinario per 35,1 milioni». L’ultima erogazione di cui si ha notizia è della primavera 2010: «Concessione di una linea di credito fondiaria/edilizia per 36,5 milioni a favore di Fabrica Immobiliare in qualità di gestore del fondo immobiliare chiuso Seneca». Guarda caso proprio nel fondo Seneca gestito da Fabbrica Immobiliare venne ceduta l'area di Tor Pagnotta, a Roma, dove era prevista la costruzione della Residenza Cartesio già offerta (senza che l'affare si fosse mai realizzato) a Generali. Area poi girata a un altro fondo immobiliare gestito da Investire Immobiliare Sgr. Nonostante i rilievi agli investimenti di portafoglio e la decisione di riallocare i propri investimenti dal Montepaschi a Generali e UniCredit, l'intreccio di affari e relazioni tra Mps e il gruppo Caltagirone non si è interrotto mai del tutto  
 
Mussari e Vigni avevano un disperato bisogno di vendere immobili per mantenere i dividendi che garantivano loro potere e consenso, Caltagirone era un interlocutore perfetto, per di più socio/amministratore e al diavolo conflitti di interessi e amenità del genere. L'amicizia con Fazio, il governatore della Banca d'Italia, garantiva un occhio di riguardo e la legge 215 del 2004 del governo Berlusconi l'impunità legale. Un fiume di denaro in piena mentre si muovevano miliardi per parare i colpi della pessima acquisizione di Antonveneta e si imbellettavano i bilanci mussariani con spericolate quanto dannose operazioni con i derivati. Caltagirone non si era accorto del proliferare di acquisti di titoli di stato (almeno fino a settembre 2011), nè si era chiesto con quali soldi una banca da 12 miliardi di capitalizzazione comprava per più di 28 soprattutto fatti di italianissimi Btp, mentre la liquidità per la clientela composta da Pmi e famiglie scemava sempre più. Si era appena realizzato un aumento di capitale da 2,2 miliardi di euro (luglio 2011) e in appena due mesi - presentazione della semestrale fine agosto 2011 - era già chiaro che il principale motivo per cui veniva richiesto l'aumento ovvero la restituzione dei Tremonti bond sarebbe stato disatteso. Forse conveniva girare lo sguardo altrove? O per curare gli affari pregressi si era già girato? E' difficile dirlo.

lunedì 22 aprile 2013

LA POLITICA E LA BANCA SENESE 2

“Il Pd fa il Pd, le banche fanno le banche” DISSE bERSANI. Una precisazione di Profumo, magari, ci starebbe bene, ma il silenzio è d’oro. Affaccendati sulle primarie cittadine nemmeno dai candidati delle primarie dei democratici è arrivata una qualche smentita. Grillo però potrebbe essere più preciso nelle accuse di inciucio che salvano MPS. Potrebbe farlo raccontare a qualche suo onorevole, così da evitare per se stesso e per i giornalisti gli strali della querela, visto che le opinioni dei parlamentari sono insindacabili e protette dall’immunità perenne. Quello che la combine istituzionale avrebbe salvato, tra i tanti salvataggi del sistema politico intrecciato italiano, è la supervisione del Partito Democratico sulla banca così che D’Alema e Bassanini possano dormire sonni più tranquilli nell’attesa che Alessandro Profumo scopra le carte dell’aumento di capitale, di cui si glisserà nella prossima assemblea del 29 aprile.
Il 10% della forza lavoro di Rocca Salimbeni è già uscito dai libri paga e ancora c’è da realizzare la complessa partita delle esternalizzazioni. Il contributo degli incolpevoli dipendenti, che dal basso delle loro stanze nemmeno potevano immaginare le ardite costruzioni dei derivati Alexandria e Santorini  che si edificavano nell’Area Finanza, è chiaro e pesante compreso la decurtazione di stipendi. Ma una azienda di 28.000 persone merita attenzione come una Fiat o deve essere massacrata come l’industria chimica che fece grande Raul Gardini? Già “lasciatela fallire” non è un concetto che nel mondo sembra facilmente applicabile ai grandi istituti di credito. MPS non è andata in default da nazionalizzazione (più o meno mascherato dai monti bond) per la sua cattiva gestione interna. E’ scoppiata per tutti gli intrecci politici e burocratici che, fin dal governatore Fazio che voleva difendere l’italianità delle banche a costo di finire condannato a due anni e mezzo di galera, hanno manovrato per fini che con l’esercizio della professione bancaria niente hanno a che vedere. E che il conto lo hanno scaricato allo Stato nel tentativo di mantenere la presa sull’istituto.
Emblematico ieri sera a Report il contributo di Profumo che cercava di smarcarsi dalla evidenza di essere stato il grande elettore di Mussari all’Abi per ben due volte. Anche quando sarebbe stato opportuno, di fronte ai miliardi del passivo del bilancio 2011, che l’avvocato calabrese fosse messo in naftalina. In cambio ne ha preso, (casualmente?) il posto. Mezze risposte per negare la complessità del rapporto fra i due e i personaggi che, dall’alto dei loro incarichi romani, benedicevano gli avvicendamenti mentre a Siena si continuava a raccontare la favola della senesità del Monte, che non c’era mai stata e di cui gli esponenti senesi erano solo il paravento. La dottoressa Buscalferri ha ammesso che forse la Deputazione di Palazzo Sansedoni potrebbe essere accusata di  incompetenza. Reato per cui non sono previste pene, ma lo scarico della responsabilità verso chi l’ha nominata. Però entro fine mese questa Deputazione è cocciuta nel voler fare una riforma del suo statuto, riforma che sarà da incompetenti e su questo, visti i risultati dell’ultimo bilancio, siamo tutti d’accordo. Grillo, che ha una forza politica consistente e innovativa, dia sostanza al suo j’accuse. Blocchi questa azione che contribuirà a trasferire ad altri, ma sempre della stessa area degli attuali amministratori, il controllo della banca e del territorio. La Deputazione che verrà avrà i titoli per farlo, visto che i candidati a sindaco dovranno spiegare prima del voto come intendono agire e quali figure mettere al posto di Mancini & C. Perché è ormai chiaro che JP Morgan ha aiutato Mussari e Vigni nell’imbrogliare i mercati e gli organi di vigilanza sul famoso finto aumento di capitale riservato del 2008. Senza il quale MPS non avrebbe potuto pagare Santander, ingannando anche la Fondazione: senza acquisto non si sarebbe svenata una prima volta. Mancini non agisce, e il sospetto che fosse al corrente di tutto è legittimo. Da vittima a complice, però, è una storia tutta da verificare prima di scriverla. Chissà dai documenti conservati in Palazzo Sansedoni cosa risulta.     

venerdì 19 aprile 2013

CIPRO NELLE MANI DELLA SPECULAZIONE DELLA BCE

Venerdì 12 aprile il prezzo dell'oro crolla rapidamente sotto una incontrollata spinta di vendita di 100 tonnellate, seguito a ruota da quella di altre 200 fino a un 25% in meno. Mario Draghi non aveva ancora accennato che Cipro avrebbe potuto mettere in vendita l'oro nei suoi forzieri per salvare l'economia del paese dalla bancarotta.

Lunedì pomeriggio a Boston avviene alla maratona un attentato che distrae l'opinione pubblica da molti avvenimenti, tra cui quello della caduta del prezzo dell'oro, un fatto di per sè inspiegabile visto che, con la decisione di Giappone e USA di stampare moneta l'oro come bene rifugio dovrebbe avere un apprezzamento ulteriore.

Cipro vende il suo oro per un controvalore di 400 milioni di euro, che aiuteranno solo in parte a salvare prestiti ed economia. Si dice che le banche - origine di tutti i mali economici - potrebbero come conseguenza espropriare tutti i clienti proprietari di casa con un mutuo acceso.

La Bce dovrebbe essere l'organismo di garanzia dei singoli stati della Ue, invece si dimostra lo strumento che affamerà un popolo intero.

Speculazione, finanza, banca: di cosa stiamo parlando?

giovedì 11 aprile 2013

DORIS, LE TASSE E LA GABANELLI ...

344 milioni netti da pagare di tasse eluse o evase. Questa la richiesta dell'Agenzia delle Entrate, che ha contestato a Doris il tentativo di eludere il pagamento facendo operazioni commerciali ritenute fasulle con la controllata irlandese Mediolanum International Funds.

Cara signora Gabanelli (di cui per altro ho grandissima stima): ha idea di quanti scontrini un bar non deve emettere per arrivare alla cifra di 344 milioni? Almeno 688 milioni di caffè serviti ...

Già le prime banche del paese hanno evaso tasse con questi sistemi per miliardi di euro e l'ex presidente Alessandro Profumo di Unicredit deve sostenere un processo penale per ciò. Sembra incredibile che ancora si demonizzi il piccolo commerciante che di deve difendere per pochi euro dal massacro fiscale di Stato e si lascino liberi di arricchirsi pochi per molti miliardi!

mercoledì 3 aprile 2013

LE MEZZE VERITA' DI PROFUMO

Le mezze verità di Profumo, lo scandalo derivati, il bilancio con oltre 3 miliardi di perdite. I motivi per gettare alle ortiche il titolo MPS nella prima giornata di borsa dopo Pasqua erano tanti e tutti così importanti che il fatto è successo immediatamente. Sospeso più volte il titolo, alla fine la ciambella di salvataggio è venuta dalla Consob che ha vietato la vendita allo scoperto dell’azione MPS, pur assistita dalla disponibilità dei titolo, ieri e oggi. Rafforzando così il divieto in vigore delle vendite allo scoperto nude, e permettendo di contenere le perdite per Rocca Salimbeni: il titolo ha chiuso con -2,81% a euro 0,1798 e portando la capitalizzazione di borsa ad appena 2 miliardi. Titolo così più appetibile che mai, se non ci fosse dietro la longa manus della politica che ha sempre l’asso nella manica della nazionalizzazione, per fermare l’intervento di qualche raider spacchettatore.
E di “cavalieri bianchi” parla l’Associazione piccoli azionisti della banca senese in relazione all’andamento di Piazza Affari: “L'inaspettata dimensione delle perdite contabilizzate, invece di tranquillizzare il mercato sulla chiusura di una stagione e la ripresa dell'azienda, vede oggi reazioni largamente negative sulla quotazione del titolo, innescate anche da impietosi giudizi degli analisti finanziari. Ai piccoli azionisti sorge il dubbio che questo non sia altro che la preparazione di un ingresso a buon mercato di cavalieri bianchi. Occorre tenere alta l'attenzione su quanto avviene nella nostra banca, che il mercato valuta oggi 1,9 miliardi”. Profumo ha sempre da giocarsi il jolly dell’aumento di capitale da 1 miliardo comprensivo di rinuncia della Fondazione a sottoscriverlo, da destinare a suo piacere: non ha mai palesato quale potrebbe essere l’investitore giusto, secondo lui.
L'associazione plaude per l’avvio delle procedure per l’azione di responsabilità verso il vecchio management mentre accusa di immobilismo quello attuale, mettendo in rilievo che “in una strategia di ridimensionamento e riposizionamento societario, il management non ritiene ancora necessaria la definizione di un processo di revisione statutaria, da noi auspicata e sollecitata. Su questo verifichiamo anche la miopia della Fondazione nell'amministrazione del proprio patrimonio, utile oggi solo alla nomina degli amministratori”. E plaude all’iniziativa di dare “la possibilità per tutti i clienti di richiedere la certificazione di possesso azionario direttamente dalle procedure di PasKey Internet Banking: e' un primo segnale in Italia di rimozione di inutili ostacoli burocratici, per l'ampliamento della partecipazione assembleare dei piccoli azionisti, e delle loro associazioni di rappresentanza”.
Ha scritto la banca senese che i derivati “hanno evidenziato elementi e circostanze di assoluta gravità e illegittimità che hanno determinato, e continuano a determinare, danni di ingentissimo ammontare" per MPS. In particolare, "l'emersione del carattere illecito delle operazioni in esame e delle loro conseguenze patrimoniali ha esposto la banca a un danno reputazionale che si è immediatamente tradotto in pregiudizi di ordine patrimoniale, tra cui in particolare il ritiro di depositi per alcuni miliardi, successivamente alla comunicazione al mercato e sulla stampa delle rivelazioni relative alle due operazioni con Nomura e Deutsche Bank". L’avevamo già riportato, e il -11% che il titolo faceva a metà mattinata di ieri non era che la giusta conseguenza. Ma tanti si chiedono quanti miliardi di depositi siano usciti da Rocca Salimbeni, quale percentuale sul totale amministrato: le mezze verità, appunto, di Profumo che non rendono servizio ad alcuno e contribuiscono ad alimentare indiscrezioni e sospetti.
Un modo di fare che all’estero non sarebbe approvato. In Germania su Commerzbank hanno agito con prontezza, in Francia su Dexia altrettanto. Perfino in Spagna con Banxia. Da noi, riguardo all’istituto senese, possiamo contare già su tre interventi pubblici non risolutivi: 1,9 miliardi Tremonti bond, 2 miliardi di Banca d’Italia a dicembre 2011, 4 miliardi di Monti bond. Definiti “nuovi strumenti finanziari” nuovi, appunto, creati ad hoc per una situazione alquanto oscura sul futuro della governance di MPS. Abbiamo scritto in tempi non sospetti della presenza della politica, non solo locale, dietro l’istituto. E gli aiuti in maniera non convenzionale sono venuti proprio dalla politica italiana, guarda caso. E si ritorna alle mezze verità di Profumo, che sta creando le condizioni per far accettare a tutti, dai cittadini senesi alla comunità finanziaria, il nuovo assetto societario del Monte dei Paschi che riporterà in auge il controllo della politica nella banca. Con i soldi pubblici, però, e godendo del fatto che l’interlocutore che potrebbe fermare tutto in nome della città di Siena oggi non esiste; in favore di una lobby e non dei cittadini. E si corre il rischio che non ci sarà nei prossimi due anni, se il commissario Laudanna non avrà le risposte che la Corte dei Conti ha chiesto e che sono indispensabili per poter svolgere la tornata elettorale amministrativa di fine maggio. C’è dunque grande interesse a che non si elegga un nuovo sindaco a Siena.

venerdì 29 marzo 2013

DISSESTO, DISSESTO, DISSESTO: LA SIENA DEL PD ALLA RESA TOTALE

A INIZIO MARZO AVEVAMO ANTICIPATO IL DISSESTO DEL COMUNE DI SIENA
http://lexdc.blogspot.it/2013/03/il-dissesto-del-comune-di-siena.html

LA CORTE DEI CONTI DI FIRENZE, CON DELIBERA N. 22/2013 DEL 26 MARZO 2013, CERTIFICA CHE E' COSI'. ORA LA PROCEDURA TECNICO/BUROCRATICA IMPLICA UN ULTERIORE PASSAGGIO VERSO LA CERTIFICAZIONE DEL DISASTRO.

INFATTI E' CONCESSO UN TEMPO DI SESSANTA GIORNI AL COMMISSARIO PREFETTIZIO CHE GESTISCE L'ORDINARIA AMMINISTRAZIONE COMUNALE PER TROVARE 6,5 MILIONI DI EURO ED EVITARE QUESTA NUOVA ONTA ALLA CITTA'.

LE DISMISSIONI DI BENI PUBBLICI IN QUESTI ANNI NON HANNO SORTITO RISULTATI APPREZZABILI.

LE TASSE COMUNALI SONO ALLE ALIQUOTE PIU' ELEVATE, NON C'E' MARGINE.

I DIPENDENTI COMUNALI IERI HANNO CHIESTO PUBBLICAMENTE DI NON FAR DISPUTARE I DUE PALII DEL 2013 PER SALVAGUARDARE I FINANZIAMENTI DEL SOCIALE.

ANCORA LA PROPAGANDA DEL PARTITO UNICO SENESE VUOLE NEGARE, SMINUIRE, DELEGGITTIMARE LA VERITA': I SERVI DELL'INFORMAZIONE LOCALI SONO ALL'OPERA.

BUONA PASQUA A TUTTI.

LA POLITICA RUBA LA BANCA ALLA CITTA': IL CASO DA MANUALE MPS

Dalla legge Amato (n.218 del 1990) fino a qualche mese fa nessuno si era preoccupato del fatto che la Fondazione MPS rimanesse fuorilegge fino ad oggi, detenendo una partecipazione in banca Monte dei Paschi non concessa alle fondazioni. Ora che Rocca Salimbeni è nell’occhio del ciclone per i danni causati dalla pessima gestione Mussari, il progetto rimasto nelle mani del partito che per troppi anni ha deciso carriere e stipendi, indirizzo di controllo e gestione delle risorse umane è quello di trasferire a sé stesso il controllo della banca, ma in una veste nuova. Il piano è complesso, ma l’azione di varie componenti volgono verso quel risultato. Il presidente dell’Acri Guzzetti, navigato politico di lungo corso, viene mandato in avanscoperta denunciando l’illegalità di Palazzo Sansedoni, che nel frattempo e senza pressione giudiziaria ma a causa degli sbagli di gestione, scende dal 54 al 34% dell’azionariato MPS. Ma Guzzetti nulla ha da dire sulla Fondazione Carige, che controlla oggi, secondo Borsa Italiana, il 44,06% dell’omonimo istituto e che quindi vive lo stesso peccato della Fondazione senese. L’azione dell’Acri verso quale obiettivo corre? Verso il rispetto della legge o verso il tornaconto politico del momento? Tra l’altro Carige, alle prese con la dismissione di asset “non strategici” e le esigenze di ricapitalizzazione, sta cercando di non copiare la parabola negativa di Monte dei Paschi di Siena.
Il Presidente “Alessandro Profumo, non ha mai fatto mistero di essere arrivato a Siena per spazzare via il controverso legame tra la politica locale e la governance su cui poggia l'istituto di credito di Rocca Salimbeni” scrive MF che aggiunge “in un incontro che l'ex numero uno di Unicredit avrebbe tenuto nei giorni scorsi con la Deputazione, ossia con l'organo di governo della Fondazione, Profumo avrebbe sollecitato a una scelta tra mantenere un ruolo di rilievo (seppur minoritario) nel capitale dell'istituto e difendere strenuamente le ragioni di bottega del localismo. Palazzo Sansedoni, quindi, dovrà accettare il cambiamento diluendosi parzialmente nel capitale di Mps, per far spazio a nuovi potenziali azionisti. Per favorire questo passaggio, Profumo avrebbe anche ricordato ai deputati della Fondazione la necessità di cancellare quanto prima il limite del diritto di voto al 4% nella banca. Questa misura, infatti, renderebbe Mps molto più appetibile agli investitori e favorirebbe l'auspicata trasformazione degli assetti societari”.
L’incontro tra Profumo e la Deputazione è rimasto per giorni un gran segreto per la città. L’uomo nominato dalla politica alla guida della banca e la Deputazione più politicizzata che mai sia stata nominata (tanto che avrebbe proposto un nuovo statuto perché di nominati come loro non ce ne siano più) avrebbero nel loro cuore due importanti novità: quella di un nuovo socio forte (e nulla ci può vietare di pensare che nella testa di Profumo ci sia già un nome designato che aspetta la maturazione dei tempi giusti) e quella di una nuova governance in Palazzo Sansedoni “dando spazio, da un lato, senza la loro prevalenza, agli Enti territoriali storicamente designanti e, dall’altro, alle diverse realtà locali, pubbliche e private, radicate sul territorio senese, e portatrici di interessi meritevoli di “rappresentanza”, nonché alle realtà di livello nazionale ed internazionale che abbiano rilevanza strategica per il nostro territorio”.
Evidente pensare a un socio forte che dia il benservito a Profumo sia insultare l’intelligenza dell’ex presidente Unicredit. Quindi da un lato la presa politica sulla banca verrà mantenuta intatta, così come Profumo la controlla attualmente in piena comunione con i soggetti politici (Mancini e Bezzini, naturalmente) referenti. Dall’altra, questi soggetti “territoriali e locali, pubblici e privati” sono descritti con natura giuridica così incerta che nel loro elenco potrebbe rientrarci a giusto titolo “l’Archivio dell’Udi della Provincia di Siena”. Proprio quella associazione che, nata nel 1987 “con lo scopo di conservare la memoria di un’epoca in cui migliaia di donne erano state protagoniste di lotte emancipazioniste che avevano profondamente modificato la loro condizione e profondamente inciso nel tessuto di tutta la società senese”,  si erge a nuovo soggetto politico locale proponendo al PD il prossimo candidato sindaco. Legittimare la presenza di associazioni e di enti “controllati” nella formazione della Deputazione serve precipuamente allo scopo di lasciare intatto il potere che il partito locale detiene da sempre: tanti piccoli segnali portano in questa direzione. Il colpo di acceleratore di Profumo è chiarissimo. Bisogna fare presto, prima che arrivino nuovi soggetti politici portatori di istanze differenti che possano sfilare ai gestori attuali il controllo del gioco. E della Banca.